80 anni fa il voto alle donne

80 anni fa il voto alle donne

Una importante conquista, ma la parità con gli uomini è di là

da venire

80 anni fa, per l'esattezza il 10 marzo del 1946, veniva approvato il decreto che

permetteva alle donne in Italia non solo di votare (diritto già acquisito il 1° febbraio

del 1945) ma anche di essere elette. Un diritto che in altri Paesi era già stato

riconosciuto da molto più tempo se si pensa che in Nuova Zelanda è stato

introdotto nel 1893, in Finlandia nel 1907, nell'Unione Sovietica guidata da Lenin fu

riconosciuto nel 1917, poco prima della nascita dell'URSS, confermando

l'uguaglianza giuridica formale durante la rivoluzione d'Ottobre, e nel Regno Unito

nel 1928.

Una conquista politica importante per le masse femminili del nostro Paese, il

risultato di decenni di lotte iniziate già nell'Ottocento con il movimento delle

suffragette, ma che subì la sua accelerazione determinante grazie al ruolo

fondamentale ricoperto dalle donne durante la Resistenza.

Sebbene la storiografia dominante borghese della Resistenza le abbia relegate a

ruoli marginali o addirittura assenti alla lotta di Liberazione, le partigiane hanno

invece avuto un ruolo di rilievo e dato un contributo importante di pensiero e

d'azione per liberare l'Italia dal nazi-fascismo. Esse si distinsero perché fin

dall'inizio pretesero un ruolo paritario coi loro compagni e lo ebbero: già in alcune

repubbliche partigiane - istituite temporaneamente nei territori liberati - le donne, in

alcuni casi, furono ammesse al voto e alla partecipazione alla vita politica. Al

termine della guerra, il suffragio femminile fu finalmente riconosciuto. Il primo passo

fu il Decreto legislativo luogotenenziale del 1° febbraio 1945, n. 23, che estese alle

donne il diritto di voto, menzionando però solo l'elettorato attivo. L’anno successivo,

il 10 marzo 1946 venne approvato il decreto che definì le regole per l’elezione

dell'Assemblea Costituente, riconobbe e precisò le modalità della partecipazione

femminile, riconoscendo il diritto a essere elette.

Oltre duemila donne furono elette nelle amministrative tra il 10 marzo e il 7 aprile

1946, quando si andò alle urne in 5.722 Comuni italiani. In quella data storica le

donne risposero in massa, appropriandosi per la prima volta del diritto conquistato,

a dispetto della reticenza dei partiti dell'epoca, che temevano che riconoscere il

voto alle donne non fosse strategico, uno fra questi il PCI revisionista che temeva

che la loro partecipazione avrebbe avvantaggiato la DC.

E invece la loro partecipazione fu molto alta, così come l’affluenza generale, che

superò l’89 per cento. Vennero elette 2mila candidate nei consigli comunali,

soprattutto nelle liste di sinistra, e le prime sindache della storia d’Italia.

Un’affluenza e una partecipazione simile si registrarono anche il 2 giugno del 1946.

In quell’occasione furono elette 21 donne nell’assemblea Costituente, su 226

candidate. Cinque deputate entrarono poi a far parte della “Commissione dei 75”,

incaricata dall’Assemblea di scrivere la nuova proposta di Costituzione.

Quella del voto alle donne e la loro partecipazione attiva nelle istituzioni è stata una

tappa importante, ma la parità con gli uomini dopo 80 anni in Italia è di là da venire.

Basta dare uno sguardo ai dati divulgati a febbraio dall'INPS nel “Rendiconto di

genere” del 2025, che da un quadro assai allarmante del livello di parità raggiunto

nel triennio 2022-2024.

Nel 2024, il tasso di occupazione femminile in Italia si è attestato al 53,3%, rispetto

al 71,1% degli uomini, evidenziando un divario di genere significativo pari al 17,8%.

Inoltre, le assunzioni femminili hanno rappresentato solo il 42,2% del totale.

Anche l’instabilità occupazionale coinvolge soprattutto il genere femminile in

quanto, fra le assunzioni a tempo indeterminato, solo il 36,7% sono donne, a fronte

del 63,3% di uomini.

Le lavoratrici con un contratto a tempo parziale sono il 67,2% del totale e anche il

part-time involontario è prevalentemente femminile, rappresentando il 13,7% degli

occupati, rispetto al 4,6% dei maschi.

Il gap retributivo di genere rimane un aspetto critico, con le donne che

percepiscono stipendi inferiori di oltre 25 punti percentuali rispetto agli uomini. In

particolare, fra i principali settori economici, la differenza è pari al 19,7% nelle

attività manifatturiere, 23,6% nel commercio, 15,7% nei servizi di alloggio e

ristorazione, 31,7% nelle attività finanziarie e assicurative. I ruoli dirigenziali sono

ricoperti da donne solo nel 21,8% dei casi, mentre tra i quadri il genere femminile

rappresenta solo il 33,1%.

Per quanto riguarda il livello di istruzione, nel 2024 le donne hanno superato gli

uomini sia tra i diplomati (52,6%) sia tra i laureati (59,4%), ma questa prevalenza

nel percorso di studi non si traduce in una corrispondente presenza nelle posizioni

di vertice nel mondo del lavoro.

Le donne continuano a farsi carico della maggior parte del lavoro di cura all'interno

della famiglia. Nel 2024, le giornate di congedo parentale utilizzate dalle donne

sono state 15,4 milioni, contro appena 2,8 milioni degli uomini. L'offerta di asili nido

rimane insufficiente, solo l'Umbria, l’Emilia-Romagna e la Valle d’Aosta

raggiungono o si avvicinano all'obiettivo dei 45 posti nido per 100 bambini 0-2 anni.

Le denunce per violenza di genere sono aumentate, evidenziando una

problematica ancora radicata, ma anche una maggiore propensione a denunciare i

casi. Il Reddito di libertà, erogato dall’INPS alle donne vittime di violenza in ambito

familiare, nel 2021 ha coinvolto 2.418 donne, mentre negli anni successivi, per

mancanza di risorse, ha visto confermati i trattamenti solo nelle regioni Emilia-

Romagna e Friuli-Venezia Giulia, con risorse regionali. Per il 2025 sono stati

sbloccati nuovi fondi che hanno permesso di accogliere 3.711 domande.

Per quanto concerne le prestazioni pensionistiche previdenziali, sebbene le donne

siano numericamente superiori tra i beneficiari di pensioni, essendo circa 7,99

milioni le pensionate rispetto ai 7,37 milioni di pensionati, permangono significative

discriminazioni negli importi erogati. Nel lavoro dipendente privato, le pensioni di

anzianità/anticipate e di invalidità per le donne sono rispettivamente del 25,1% e

del 31,5% inferiori rispetto a quelle degli uomini, mentre nel caso delle pensioni di

vecchiaia il divario raggiunge il 44,2%. I dati delle pensioni sono il riflesso di una

condizione di svantaggio che le donne hanno nel “mercato del lavoro”. Le donne

prevalgono numericamente nelle prestazioni pensionistiche di vecchiaia e ai

superstiti. Il numero limitato delle donne che beneficiano della pensione di

anzianità/anticipata (solo il 34,2% rispetto al 65,8% degli uomini) evidenzia le

difficoltà delle donne a raggiungere gli spropositati requisiti contributivi previsti, a

causa della discontinuità che caratterizza il loro percorso lavorativo.

Questi dati, che riguardano proprio gli anni del suo mandato, sbugiardano in pieno

la Meloni, Mussolini in gonnella, che proprio nell'incontro del 3 marzo dedicato a

ricordare l'80° del voto alle donne si è spudoratamente autoelogiata per i

provvedimenti che il suo governo sta attuando affinché le donne non siano

“discriminate perché sono o perché addirittura potrebbero diventare madri, di

guadagnare meno, di fare carriera semplicemente perché sono donne”.

Ma ancora più aberrante è il concetto di parità che Mussolini in gonnella ha voluto

rimarcare nel suo discorso del 3 marzo: “Quando finalmente saremo riusciti a

garantire, finalmente, anche questa è una battaglia che dobbiamo ancora vincere,

le pari opportunità cioè una reale parità nelle condizioni di partenza e una società

autenticamente meritocratica allora noi potremo dire di aver vinto ma non potremo

farlo davvero fin quando saremo costretti a credere che le donne abbiano bisogno

di quote o di meccanismi di favore perché io penso che la vera libertà rimanga

potersi guadagnare sul campo la propria posizione e non aspettare che quella

posizione venga concessa”. Concludendo con: “Il messaggio che io vorrei lasciare

alla vigilia del 10 marzo ma anche di quella di una giornata altrettanto importante

come l'8 marzo, per le donne di questa Nazione è questo: lo Stato, le istituzioni a

ogni livello continueranno a lavorare per garantire quello che serve a mettervi in

condizioni di essere pienamente libere e di competere alla pari”...

Fra l'altro questo è anche il concetto che anima la proposta di legge presentata

sempre in questo marzo, pochi giorni prima della Giornata internazionale della

donna, dalla stessa Meloni e dalla sua fedele ministra neofascista Roccella di

abolire la figura della consigliera territoriale di parità che da anni assistono le

lavoratrici discriminate.

Se ancora vi fossero dei dubbi, tutto ciò conferma che quello di Meloni è il peggior

governo che le masse femminili abbiano conosciuto dopo quello di Mussolini.

L’ideologia e la cultura reazionaria, razzista, nazionalista, maschilista, clericale,

oscurantista, omofoba e aggiungiamo meritocratica che la ispirano e animano la

politica del suo governo, sintetizzata nel trinomio mussoliniano “Dio, patria e

famiglia”, rappresenta un grave arretramento per le masse femminili e una vera e

propria restaurazione neofascista, patriarcale e antifemminile della concezione

della donna e del suo ruolo sociale e familiare.

In questa società borghese, capitalista e fascistizzata dal governo di Mussolini in

gonnella le donne sfruttate e oppresse, le donne lavoratrici e pensionate a basso

reddito, le figlie degli operai e delle lavoratrici, contano ben poco o nulla, relegate ai


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