Elisa Bonaparte e Mimì Pecci Blunt a Marlia.

Elisa Bonaparte e Mimì Pecci Blunt a Marlia.
Due donne, due secoli, una Villa.




1. Le ricerche e le mostre precedenti

Come nasce la mostra


La mostra Elisa Bonaparte e Mimì Pecci Blunt a Marlia. Due donne, due secoli, una Villa rappresenta il più recente capitolo del percorso di ricerca promosso dall'associazione Napoleone ed Elisa: da Parigi alla Toscana, avviato nel 2022 sull'Archivio "Grönberg - Villa Reale di Marlia".

Il progetto prende le mosse da due precedenti esperienze espositive. La prima, Le lettere di Elisa: così governava la Principessa di Lucca (San Micheletto, 7 aprile-21 maggio 2023), ha presentato per la prima volta al pubblico il nucleo di lettere acquistate dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e trascritte da Bernard Chevallier, direttore onorario dei Musées Nationaux de Malmaison et Bois-Préau e tra i maggiori studiosi di storia napoleonica. Grazie a un accordo con la Fondation Napoléon di Parigi, tali documenti sono oggi consultabili anche in formato digitale.

La seconda mostra, Mimì. Anna Laetitia Pecci Blunt: la sua anima in un archivio (Villa Reale di Marlia, luglio-dicembre 2023), ha aperto per la prima volta al pubblico l'archivio della contessa e ha posto le basi dello studio sul rapporto tra Mimì ed Elisa.

Oggi tale percorso è documentato in modo permanente nella Palazzina dell'Orologio, dove è conservato l'Archivio Grönberg.



2. Villa Reale di Marlia

Una dimora, due protagoniste


Villa Reale di Marlia è il luogo che unisce Elisa Bonaparte Baciocchi e Mimì Pecci Blunt.

Prima residenza della principessa di Lucca durante l'età napoleonica, dal 1805 al 1814, la Villa fu acquistata nel 1923 dalla contessa Pecci Blunt, che dedicò gran parte della propria vita a restituirle l'identità storica e culturale dell’epoca di Elisa.

Attraverso il recupero degli arredi, degli ambienti e della memoria storica della dimora, Mimì non si limitò a restaurare un complesso monumentale, ma ne ricostruì l'identità culturale, trasformandolo nuovamente in un luogo di arte, musica, teatro e incontri internazionali.

Dal 2015 Villa Reale è stata oggetto di un importante intervento di recupero da parte degli attuali proprietari, Henric e Marina Grönberg, che hanno restituito il complesso al pubblico e ne hanno promosso la valorizzazione culturale.



3. Le lettere di Elisa Bonaparte Baciocchi

Una scoperta che apre nuove prospettive di ricerca


Il nucleo documentario presentato in questa esposizione comprende quindici lettere, tra cui dieci autografe di Elisa Bonaparte Baciocchi, una lettera autografa del marito Felice Baciocchi indirizzata alla lucchese Eleonora Bernardini, una lettera del figlio Federico e una della figlia Napoleona Elisa, autografe, oltre a due buoni per acquisti con la sola firma di Elisa, così come una lettera indirizzata al cardinal Fesch.

Le lettere autografe di Elisa costituiscono una scoperta di particolare rilievo, poiché è estremamente raro rintracciare documenti interamente scritti di suo pugno.

Datate tra il 1805 e il 1820, aprono un nuovo filone di ricerca sulla Lucca napoleonica, offrendo informazioni preziose sulla vita politica, amministrativa e privata della principessa. Tra quelle di Elisa ve ne è anche una per Madame Campan, una famosa pedagogista dell’epoca, alla quale la principessa chiede consiglio per la direzione pedagogica dell’istituto per signorine. In un’altra, scritta all’indomani dal suo addio a Lucca, nel 1814, ringrazia Mariotti, per quanto sta facendo proprio per la Villa di Marlia.

Emerge inoltre, uno scambio con il fratello Luciano in cui si fa riferimento a Paolina Bonaparte che racconta a Napoleone dei suoi malanni inesistenti.

Tra i carteggi della Principessa di Lucca si trova anche quello con Jean Noël Allé, medico inviato da Napoleone a Lucca per vaccinare la piccola Napoleona Elisa, contro l’epidemia di vaiolo del 1806. Il medico rimane a lungo in città e intrattiene una lunga corrispondenza con la moglie: Mimì Pecci Blunt è riuscita a rintracciare e contattare gli eredi, dai quali ha ottenuto la trascrizione delle lettere.



4. Papa Leone XIII e la formazione di Mimì Pecci Blunt

L'influenza di un pontefice aperto alla modernità


Domenico Ludovico Pecci ebbe ben sette figli, tra cui Vincenzo Gioacchino che, con il nome di Leone XIII, divenne Papa nell’anno 1878. Camillo, padre di Mimì, era figlio di Giovanni Battista, fratello maggiore del Papa, che lo considerava il suo nipote prediletto.

Papa Leone XIII mantenne sempre un legame profondo con la propria famiglia. Quando fu eletto al soglio pontificio, chiamò i suoi parenti più stretti a ricoprire ruoli di rilievo in Vaticano: nominò cardinale il fratello Giuseppe, suo principale consigliere culturale e teologico, mentre suo nipote Camillo divenne tenente delle milizie del palazzo, suo confidente e segretario.

La sua scesa fu segnata da incarichi di grande rilievo: nel 1838 fu delegato pontificio a Benevento e poi a Perugia; nel 1843 fu nunzio apostolico in Belgio e infine fu nominato arcivescovo di Perugia, dove restò per trent’anni e realizzò nel territorio diocesano oltre cinquanta chiese, dette Chiese Leonine. Divenne cardinale nel 1853 e fu eletto Papa nel 1878 al termine di un conclave di soli due giorni. Il suo pontificato si concluse alla sua morte, avvenuta nel 1903.

Fu uomo raffinato, un intellettuale profondamente curioso del mondo, tanto da comprendere che la Chiesa, per sopravvivere in quell’epoca, doveva fare propri i nuovi linguaggi. Convinto sostenitore del dialogo tra fede, scienza e innovazione, promosse l'apertura degli Archivi Vaticani agli studiosi, incoraggiò la ricerca e lasciò un'impronta decisiva nella dottrina sociale della Chiesa con l'enciclica Rerum Novarum del1891. Questo documento inaugurò la dottrina sociale della Chiesa, esercitando un impatto straordinario in un periodo segnato dalla seconda rivoluzione industriale e dall’ascesa del pensiero marxista. Con essa il Pontefice sottolineò la necessità di riformare il sistema capitalistico per rispondere ai bisogni dell’uomo, intervenendo per la prima volta in modo autorevole non solo su questioni di fede, ma soprattutto sulla giustizia sociale, la dignità. Per questa enciclica fu ricordato come il Papa dei lavoratori.


La figura di Papa Leone XIII rappresenta uno degli elementi fondamentali per comprendere la personalità di Mimì Pecci Blunt. Prozio della contessa, seguì direttamente la sua formazione, scegliendo per lei il Collegio romano dell'Assunzione, il più prestigioso della città per l’insegnamento culturale e spirituale, dove Mimì entrò all'età di quattro anni. Trasmise alla nipote una visione della cultura aperta alle trasformazioni del proprio tempo. E l'interesse di Mimì per la fotografia, il collezionismo, la ricerca storica e il mecenatismo affonda le proprie radici anche in questa formazione.

Il motto di famiglia, Lumen in Coelo, accompagnerà tutta la sua vita e darà il nome alle gallerie d'arte e al Teatro La Cometa. Il ricordo del Santo Padre rimase così presente in lei che, in ogni sua dimora, tenne sempre accanto a sé oggetti che tenessero vivo il loro legame. Nel museo della Palazzina dell’Orologio si possono ammirare frammenti di vita di Papa Leone XIII. In quelle stanze si respira un’atmosfera solenne evocata dalla preziosa collezione di cimeli che Mimì ha conservato con amore, come abiti liturgici, lettere autografe, quaderni personali, libri rari che ricompongono la memoria dell’uomo che tanto influenzò il suo pensiero e che è parte delle sue radici familiari.


5. L'abito nuziale

Un capolavoro di haute couture e un documento storico


I conti Pecci Blunt si sposano a Parigi, nella chiesa di Saint-Pierre du Gros-Caillou, il 23 giugno 1919. Tra i pezzi più significativi esposti in mostra figura l'abito nuziale di Mimì.

Recenti studi condotti durante il restauro di Giulia Mariti hanno consentito di attribuire con certezza il capo all'atelier di Charles Frederick Worth, fondatore dell'Haute Couture francese, correggendo la precedente attribuzione alla maison Jenny Sacerdote. La Maison Worth, artefice dell’abito, seppe conciliare la propria linea creativa con le richieste della sposa che volle tener conto dei consigli del Cardinale Amette. L’Arcivescovo di Parigi, come riportato in un articolo di un quotidiano romano dal titolo “Il cardinale Amette si occupa di moda”, aveva esortato la sposa a non cedere alle toilette audaci tipiche dei recenti matrimoni dell’alta società.

L'abito, dal taglio austero ma reso suntuoso dalla ricchezza del tessuto, coniuga il gusto dell'alta moda con un rigoroso richiamo alla tradizione medievale, ispirandosi alla figura di Bianca di Castiglia e riscosse il pieno entusiasmo del prelato. La scelta di far riferimento a Bianca di Castiglia non sembra casuale, appare come un silenzioso omaggio alle origini spagnole della madre della sposa, e un rassicurante messaggio per le autorità ecclesiastiche. Bianca era stata una delle donne più influenti del Medioevo, nota per il suo ruolo di Regina di Francia e per la sua profonda devozione cristiana.


L’abito è in velluto di seta color avorio, tagliato e cesellato. Il fondo è in canneté con trama supplementare in argento lamellare. L’altezza della pezza è 65 cm, le cimose di color avorio, di 1 cm. Il motivo decorativo a losanghe con cardi e tralci, che richiama i preziosi velluti rinascimentali, è confezionato con cuciture realizzate con macchina da cucire. Le rifiniture interne sono realizzate in filato di color avorio con cuciture fatte a mano. La fodera del corpetto e della gonna è in chiffon di seta color avorio. La fodera dello strascico è in organza di seta, color avorio. All’altezza dei fianchi, applicato in diagonale con impuntura realizzata a mano, tralci con fiori e foglie di zagara in pasta di cera e carta colorata.

Esposto sul servo muto originale appartenuto alla contessa, costituisce una preziosa testimonianza della storia familiare dei Pecci Blunt e del gusto estetico che caratterizzò tutta la vita di Mimì.




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