Sventata truffa da un'amica ad anziana signora
Truffa del falso carabinie ...

Nella foto si vede lo spazio centrale di piazza grande prima che fosse deturpato dagli orrendi parallelepipedoni di marmo che ci sono ora. I parallelepipedoni sono uno dei tanti esempi di stupro urbano. I parallelepipedoni fanno il paio con piazza "Pucciglio" adornata con, con le scodelle infami e faranno il paio con il tukul sugli spalti già vivaio Testi. Avanti!!! Avanti verso la distruzione!!!
Anonimo - 29/01/2026 02:44
Se vi danno noia le biciclette facciamo una cosa fatta bene una volta per tutte, fuori da dentro tutti gli uffici comunali spostando tutto dal Palazzo Orsetti ad altrove a Sant'Anna o San Concordio, il tribunale, l'ufficio casa, i servizi demografici... E poi dentro le mura potete fare tutti i carnevali, comics, concerti e parate che volete e non ci entriamo neanche più in bicicletta, possiamo pure dimenticarci che esiste la Lucca dentro.
Anonimo - 28/01/2026 21:19
Eh si, nel titolo qualcosa di vagamente verosimile c'è scritto... però, più che "facile da amare" si sarebbe dovuto scrivere "facile da stuprare". Ovviamente amare è il contrario di stuprare, ma lo stupro è una simulazione tragica dell'attività amatoria; una simulazione che offende chi la subisce. Intanto definire Lucca come "Toscana" è già un inizio di stupro. Il tristanzuolo cita le Mura come simbolo di una filosofia. Quando si citano le Mura si dovrebbe sempre aver presente che, se Lucca fosse stata assorbita nello stato regionale toscano tali mura, semplicemente, non esisterebbero, perché non sarebbero state costruite. Se Lucca fosse stata Toscana, come Livorno, Pisa, Pistoia e Firenze stessa avrebbe una bella fortezza medicea fatta per opprimere i cittadini. Le Mura, caro Lei, sono antitoscane e sono state costruite per difenderci dalla Toscana. Per cui, quando cita le Mura eviti di definire Lucca "Toscana", in quanto chi le Mura le fece si rivolterà nella tomba, siano essi i politici, gli ingegneri o i semplici operai, che erano tutti sudditi della Repubblica. Saluti da un antitoscano.
anonimo - 28/01/2026 04:46
nella foto si vedono benissimo i vuoti lasciati dai platani bicentenarii abbattuti dall'ex sindaco Tambellini per compiacere l'amico albergatore
anonimo - 27/01/2026 22:19
Con sommo trasporto dell’anima — e con il fazzoletto già pronto per asciugare lacrime di commozione — celebriamo Lucca, città sopraffina, perla lucente dell’universo conosciuto e anche di quello ancora da scoprire. Lucca, sì: amata, venerata, fotografata, instagrammata, mitizzata in tutto il mondo, dove il suo nome viene pronunciato con la stessa reverenza riservata alle meraviglie eterne e ai dolci che non fanno ingrassare.
Vivere a Lucca è un privilegio mistico. Lo si comprende subito, non appena si sale sulle mura urbane, quel nastro verde che abbraccia la città come una madre affettuosa… una madre che, però, ti spinge via con una spallata mentre cerchi di evitare biciclette in velocità, risciò sovraccarichi, cani ringhiosi liberi come il vento, escrementi strategicamente piazzati per testare i riflessi del passante, e una varia umanità sbandata e inquieta che rende la passeggiata un’esperienza survivalistica. Altro che mindfulness: Lucca si eleva alla prassi del mindful-dodge, l’arte di scansarsi.
Scendendo dalle mura, l’estasi non si placa ma muta forma. Le vie cittadine, infatti, sono un tripudio di bar e ristorantini rigorosamente “tipici”, tutti uguali e tutti diversissimi, tutti pronti a offrirti la stessa identica esperienza autentica, surgelata e riprodotta in serie. Essi vengono presi d’assalto da branchi di turisti famelici e storditi, che avanzano a branchi compatti, onusti di mappe, bastoncini per selfie e di una ferma determinazione a mangiare “come mangiano i lucchesi”, possibilmente alle undici del mattino. Lucca: la città mangiatoia.
Ovunque, come una delicata installazione di arte contemporanea, trionfa il pattume sparso, mentre gli operatori ecologici ‒ figure caratteristiche, profondamente amate dal popolo lucchese ‒ riposano mollemente sulle panchine, fumando con l’aria di chi ha già dato tutto alla patria. Le cicche cadono a terra una dopo l’altra, come petali di rosa gettati al passaggio di una regina invisibile: la Regina del Decoro che fu.
I sagrati delle chiese e i monumenti storici, un tempo templi di silenzio e contemplazione, si sono evoluti in comodi bivacchi per gli acquirenti dei tanti barini, ubriachi giovani e meno giovani che li adornano con bottiglie vuote e risate sguaiate, trasformando secoli di storia in un after-party permanente. È la storia viva, dicono. Molto viva. Forse troppo.
E poi, ah, la passeggiata serale! Un brivido, un’emozione pura, una scarica di adrenalina che nessun parco divertimenti potrà mai eguagliare. Cammini, fischietti, e ti chiedi se quella sagoma all’angolo sia un amico o una banda di giovani su di giri, magari armati di coltelli: suspense, pathos, teatro urbano interattivo. Ogni uscita è una puntata nuova.
Nel frattempo il verde pubblico, lasciato a sé stesso come un poeta maledetto, vede l’erba ingiallita riempirsi cicche, cartacce, bottiglie, lattine e residui di plastica, i suoi alberi monumentali invecchiare con solenne e penosa dignità… fino a schiantarsi rovinosamente, ricordandoci che la natura segue il suo corso, soprattutto quando nessuno la segue.
E come non menzionare il rumore e lo schiamazzo, colonna sonora ufficiale della città? Un crescendo wagneriano di manifestazioni folcloristiche, eventi commerciali, sfilate motoristiche, sagre gastronomiche e carnevalate fuori stagione, che si alternano senza sosta, perché il silenzio è sopravvalutato e la quiete pubblica una leggenda metropolitana.
Oh Lucca, città sublime! Viverti è un’esperienza totale: un poema epico, una farsa barocca, un inno all’esagerazione. E mentre il mondo intero ti applaude, noi ‒ fortunati abitanti ‒ restiamo qui, inebriati, commossi e leggermente frastornati, a goderci questo capolavoro di bellezza universale e caos quotidiano, levando inni gioiosi di gratitudine ai nostri solerti amministratori.
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