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  • 29/09/2026 12:15

Carburanti : Il pieno e la finestra di Overton

Il pieno e la finestra di Overton C’è un paradosso che racconta meglio di molti numeri quanto sia cambiata la percezione del prezzo dei carburanti. Quando la benzina e il gasolio superano stabilmente i due euro al litro, l’attenzione non sembra più concentrarsi soltanto sul prezzo raggiunto, ma sul fatto che qualcuno riesca a farlo pagare qualche centesimo in meno. Dal 28 settembre Eni ha introdotto sulla propria rete un tetto massimo di 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 euro per il gasolio, inizialmente per 30 giorni. Anche IP ha adottato un'iniziativa analoga e Q8 ha annunciato l'introduzione del price cap dal primo ottobre. Una misura che, naturalmente, può alleggerire il conto di chi deve fare il pieno. Ma proprio qui nasce una riflessione interessante: quando 2,19 euro al litro cominciano a essere presentati come un prezzo “calmierato”, che cosa è successo alla nostra idea di prezzo normale? È il meccanismo che viene spesso associato alla cosiddetta finestra di Overton: una determinata situazione, inizialmente considerata fuori dall'ordinario, può diventare progressivamente accettabile quando viene osservata e ripetuta nel tempo. Nel caso dei carburanti non significa che esista necessariamente un piano per abituare i consumatori ai prezzi elevati. Significa piuttosto osservare come cambia la percezione collettiva davanti a una situazione che si prolunga. I dati aiutano a capire le dimensioni del problema. Il 29 settembre il prezzo medio nazionale rilevato dal Mimit per il self service era di circa 2,126 euro al litro per la benzina e 2,335 euro per il gasolio. In autostrada la media era rispettivamente di 2,180 e 2,383 euro. Il giorno precedente, all'avvio del tetto Eni e IP, le medie nazionali erano ancora più alte: 2,152 euro per la benzina e 2,369 per il gasolio. Il calo c'è stato, dunque, ma non ha riportato il mercato su livelli che un automobilista avrebbe considerato normali soltanto qualche tempo fa. E allora arriva la domanda inevitabile: dobbiamo davvero sentirci fortunati perché il gasolio costa “solo” 2,19 euro? La risposta dipende dal punto di riferimento. Per chi deve mettere cinquanta litri nel serbatoio, qualche centesimo in meno significa concretamente spendere meno. Non è quindi corretto definire inutile il provvedimento. Ma altrettanto importante è non confondere uno sconto o un tetto temporaneo con un ritorno dei prezzi a livelli bassi. Il rischio, sul piano della percezione, è abbastanza semplice da descrivere. Prima ci si scandalizza per i 2 euro. Poi si superano i 2,10. Successivamente arrivano i 2,20 e, quando qualcuno interviene fissando un limite a 2,19, quel prezzo può apparire improvvisamente come una concessione. “Ti faccio lo sconto” diventa così la frase che accompagna una situazione nella quale il prezzo resta comunque molto elevato. È un po' come entrare in un negozio dove un prodotto costa 120 euro, vederlo scendere a 110 e uscire pensando di aver fatto un affare. Lo sconto esiste davvero. Ma resta il fatto che stiamo pagando 110 euro. Per i carburanti la questione è ancora più pesante perché non si tratta di una spesa facilmente eliminabile. L'automobile serve per andare al lavoro, accompagnare i figli, assistere familiari, fare commissioni e, in molte zone, semplicemente per vivere e spostarsi. Quando il prezzo del carburante sale, l'effetto non rimane soltanto al distributore: può trasferirsi sui costi di trasporto e, indirettamente, su quelli di molti beni e servizi. Nel frattempo il governo ha continuato a intervenire con misure temporanee sulle accise e con altri strumenti per contenere l'impatto del caro carburanti. Le iniziative delle compagnie petrolifere si aggiungono a questo quadro. Il punto, quindi, non è lamentarsi perché qualcuno concede uno sconto. Lo sconto fa comodo e chi deve fare il pieno lo sa bene. Il punto è un altro: non dovremmo perdere la capacità di distinguere tra un prezzo realmente conveniente e un prezzo semplicemente meno caro di quello diventato ormai abituale. Perché se arriviamo al punto in cui 2,19 euro al litro vengono accolti con sollievo, forse la vera domanda non è soltanto quanto abbiamo risparmiato. È quanto è cambiata la nostra soglia di sopportazione.

I commenti

Quindi ENI, che appartiene allo Stato, guadagna molto. Visto che è dello Stato, allora è di tutti noi. Direi che siamo tutti più ricchi. Comunque, a parte gli scherzi, il rischio, continuando la guerra, è di restare senza gas (più che senza benzina) il prossimo inverno. Sarebbe saggio che lo stato imponesse da subito di abbassare le temperature per l'accensione dei riscaldamenti. Meglio prevenire.

Anonimo - 01/10/2026 04:16

la notizia è sul sito di Federconsumatori non su luccaindiretta

Anonimo - 30/09/2026 17:05

l'associazione segnala su luccaindiretta che c'è il rischio di benzina annacquata.....

Anonimo - 30/09/2026 16:38

Si legga questo da ComeDonChisciotte:
Nel piano strategico presentato a marzo 2026, Eni prevedeva per il 2026 un flusso di cassa operativo di 11,5 miliardi di euro, ipotizzando un prezzo del petrolio di 70 dollari al barile, in linea con la media di gennaio e febbraio 2026. Poi la crisi in Medio Oriente ha fatto salire i prezzi dell'energia, e a luglio la società ha alzato la stima a 15 miliardi, con uno scenario di 85 dollari al barile. Sono 3,5 miliardi in più del previsto, arrivati nel giro di pochi mesi, e il costo massimo del tetto su benzina e gasolio ne rappresenta meno di un decimo. Anche gli utili raccontano la stessa storia. Nel secondo trimestre del 2026 l'utile netto (adjusted) è più che raddoppiato, passando da 1,13 miliardi nel secondo trimestre del 2025 a 2,33 miliardi di euro, con un aumento del 106%. Nell'intero primo semestre ha raggiunto 3,64 miliardi, contro i 2,55 dello stesso periodo del 2025, con una crescita del 43%.

Viene allora da chiedersi da dove arrivino questi profitti, visto che il rincaro del petrolio ha fatto salire i costi per chiunque lo compri per raffinarlo e distribuirlo. La risposta è che Eni non si limita a produrre benzina, gasolio e altri derivati, né a venderli attraverso i distributori Enilive. Eni è anche uno dei principali produttori di petrolio e gas al mondo, e per chi estrae il prezzo del greggio non è un costo ma un ricavo. È infatti proprio dall'estrazione che arriva la quasi totalità dei suoi utili. Nel 2025, su 12,22 miliardi di euro di utile operativo, 11,16 provenivano dal settore dell'estrazione, cioè oltre il 90%. Enilive, che gestisce i distributori di carburante, e Plenitude, che vende luce e gas alle famiglie, hanno realizzato insieme 1,21 miliardi. I guadagni dell'estrazione nascono dalla vendita di petrolio e gas sui mercati internazionali, in gran parte fuori dall'Italia. Il tetto ai prezzi ricade invece sulla vendita alle pompe, che all'interno del gruppo rende molto meno e occupa una parte molto piccola delle sue attività. Anche nel 2026 la distanza resta enorme. Nel primo semestre Enilive ha realizzato 433 milioni di euro di utile operativo (rispetto ai 224 milioni di euro del primo semestre 2025, +93%), mentre l'estrazione ne ha prodotti 8,13 miliardi.

Quanto costa a Eni produrre un barile di petrolio? Nel suo piano strategico la società dichiara che i propri giacimenti hanno un cash breakeven inferiore a 30 dollari al barile. Il cash breakeven è il prezzo, calcolato da Eni, al quale i ricavi della vendita del greggio bastano a coprire le spese e gli investimenti per estrarlo, comprese di norma le imposte e le royalty versate ai Paesi produttori. Ogni dollaro in più (rispetto ai 30 dollari al barile) si traduce in buona parte in margine per l'azienda. Nello stesso documento Eni fornisce un secondo dato, forse ancora più eloquente. Nella media degli anni tra il 2026 e il 2030, al gruppo basta un petrolio sotto i 35 dollari al barile per pagare con le vendite effettuate sia gli investimenti realizzati sia il dividendo ordinario agli azionisti. Quest'anno, secondo i dati raccolti dalla Federal Reserve di St. Louis, il greggio è passato dai circa 70 dollari di gennaio e febbraio a una media di circa 98 dollari tra marzo e agosto 2026, con un picco mensile di oltre 117 dollari ad aprile. È un prezzo più di tre volte superiore alla soglia di pareggio dichiarata da Eni (30 dollari), e su ogni barile estratto i profitti sono di conseguenza molto elevati.

Anonimo - 30/09/2026 16:34

Io metto sempre 20 euro quindi fate come me

Gino - 30/09/2026 13:11

Mi sento fortunato!
Sono fuori dal 'mercato'.
Non compro più.
A cose 'normali' 'un ci facevo caso, ora le vedo e le sento come fossero mitragliate e cannonate. tutti quelli che ti voglion vende' qualcosa.
Comprate comprate comprate!
Esiste una pandemia cerebrale, quella della visione onirica persistente della realtà. Malattia grave, c'è un vicino che dopo aver bruciato in tre estati tutti i risparmi dei suoi...s'è svegliato!
Sarà veramente dura quando anche voi vi sveglierete.
Finchè vi dura!

... - 30/09/2026 13:10

invece di tanti discorsi a bischero, io proporrei una seria riflessione sulle profonde analogie che esistono tra la tettoia del distributore di benzina nella foto, e la meravigliosa opera architettonica di San Concordio, il "tettoione", che ricorda ai lucchesi, ogni volta che lo guardano, che c'è da fare il pieno…

Anonimo - 30/09/2026 12:26

La soglia di sopportazione?? Sopportazione di cosa? Il prezzo lo fa il mercato. I carburanti costano cari perché sono una risorsa limitata e sono fortemente richiesti. Se Trump ha deciso una guerra idiota e questo ha provocato una limitazione delle esportazioni di petrolio e raffinati dalle nazioni del golfo, ciò che c'entra con la sopportazione?? Supponiamo che domattina gli italiani superino la "soglia di sopportazione"; a quel punto che succede?? Assaltano le pompe di benzina? Spaccano tutto?? Anche se lo facessero il prezzo resterebbe il solito perché c'è la guerra nel Golfo Persico.

Anonimo - 30/09/2026 05:41

Sembra un po' come il.periodo dei saldi, una maglia che pagavi 100 euro a giugno, a luglio la trovi al solito negozio a 50 euro, e ti domandi, cavolo ma quanto cazzo vi guadagnavano prima?

Anonimo - 29/09/2026 21:51

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